La contro intervista a Claudio!

Abbiamo deciso di fare qualche domanda a Claudio dopo le tante che lui ha rivolto alle nostre socie.

Numerose sono le interviste che coinvolgono le nostre associate, fra queste abbiamo quelle di Claudio Dall’Agata: chiacchierate – a tratti non convenzionali – con esponenti dell’ambito ortofrutticolo. Abbiamo deciso di rivolgergli qualche domanda dopo le tante che lui ha fatto in questi anni alle nostre associate e che riproporremo sulle nostre pagine social!

Claudio Dall’Agata, direttore generale Consorzio Bestack

Ma tu, com’è che sei arrivato a lavorare nell’ortofrutta?
Se dovessi dirla alla Guerre stellari, “l’ortofrutta è potente in me”. Se non altro per genealogia. Di ortofrutta ho sempre sentito parlare, in campagna come tutti i nipoti di famiglie agricole e orgoglio di nonno, ho imparato a guidare il trattore quando neanche avevo gli anni del patentino del motorino e poi da adolescente tante estati a raccoglierla, la frutta. 100% romagnolo, quattro nonni coltivatori diretti, padre di Malmissole, una frazione alle porte di Forlì e madre di Massa Lombarda in provincia di Ravenna, che la storia certifica come luogo di nascita dell’impresa ortofrutticola tra fine 800 e inizio 900. Lì si sviluppò la prima coltivazione intensiva delle pesche, si cominciò a ragionare sull’innovazione varietale, come la pesca “buco incavato”, e da lì partirono le prime esportazioni ortofrutticole italiane verso il nord Europa in ferrovia su vagoni refrigerati con barre di ghiaccio. Allora gli italiani furono i primi a farlo, a impostare l’ortofrutticoltura come impresa per vendere i propri prodotti per fare reddito e non sola sussistenza. Una visione che mi ha sempre affascinato. Prima una fugace idea di fare Architettura poi svogliatamente Economia e Commercio. Ho capito cosa mi sarebbe piaciuto fare da grande, quando ho incontrato il Marketing e il prof. Roberto Della Casa. Da lì, dopo la laurea, un’esperienza come responsabile marketing del Consorzio Agrario con Domenico Scarpellini, il ritorno alla “bottega” di Della Casa per imparare il mestiere, l’Università con il Percorso in Mercati e Imprese Agroalimentari e poi l’occasione di occuparmi di imballaggi e confezioni sempre per ortofrutta, perché evidentemente non potevo starci lontano, nel settore del cartone ondulato con due grandi maestri, Danilo Reggiani e Piero Attoma.

Quale aspetto del tuo lavoro adori di più?
Gli ambiti in cui strategia e creatività si possono fondere e la libertà di immaginare e sperimentare. Ragionare sullo sviluppo di strategie precompetitive per il settore degli imballaggi in cartone ondulato significa costruire idee e progetti che prioritariamente lo qualifichino. Questo a mio modo di vedere si ottiene partendo dalla credibilità, dall’utilità, dalla funzionalità di ciò che si fa, cose che al tempo stesso sono le premesse per sviluppare relazioni professionali di qualità. Preparazione tecnica, laicità di approccio, importanza dell’ascolto per imparare. Quando trovo questo tutto diventa semplice, stimolante, piacevole. Io credo occorra partire da qui perché se ci ripetiamo spesso che abbiamo bisogno di partnership e relazioni, prima forse dovremmo occuparci di sviluppare le relazioni per poi costruire le partnership, perché le prima precedono le altre e non viceversa. E poi non nego di avere profondo gusto nella ricerca innovativa di strumenti di comunicazione creativi, fantasiosi, magari a volte troppo criptici, non convenzionali, ma è l’unica strada che conosco per essere visibili, accendere l’attenzione del target quando non si può contare su budget faraonici.

E quale odi?
In tutti i lavori c’è quella parte che non ti piace, quell’angolo buio nel quale ripetutamente sei obbligato ad andare, che magari tenti anche di delegare, ma è tuo solo tuo e te lo devi sfangare prendendoti pure le responsabilità. È l’altra metà della luna che ci deve essere per farti apprezzare sempre la parte che ti piace di più. Se fa parte del mio gusto immaginare e realizzare nuovi progetti, il quotidiano necessario per farlo ha certamente meno fascino, ma qualcuno lo deve fare o monitorare che sia fatto. Con l’idea che una delle migliori qualità sia delegare alle persone giuste, mi ritengo molto fortunato perché per me è quasi sempre un plenilunio.

Com’è nata l’idea delle interviste?
Da tempo stiamo investendo nei contenuti editoriali del nostro blog. Inizialmente era una newsletter riservata ai responsabili commerciali delle nostre aziende socie di imballaggi in cartone ondulato. Era l’appuntamento settimanale di aggiornamento sulle principali notizie del mercato ortofrutticolo, sulla GDO e su tutto ciò che potesse essere di interesse nel mondo del packaging, soprattutto in termini strategici. Nel tempo è stato apprezzato il taglio interpretativo e di analisi delle notizie, tanto che anche le testate di settore hanno richiesto di averne copia così come altri operatori della filiera, da produttori ortofrutticoli alla GDO. E così abbiamo deciso di dedicare una parte del nostro sito all’informazione, rendendo disponibili a tutti le notizie puntando su un approccio analitico, originale e opinionistico, con l’idea di dare il nostro contributo di riflessione e visione al settore. In tutto questo non potevamo parlare solo noi. Avevamo bisogno anche di contributi esterni che ci aiutassero a dare un taglio pragmatico attraverso esemplificazioni operative. Il tutto in un periodo di distanziamento sociale dove telefono e videoconferenze sono state il canale privilegiato di contatto. Enrico Montaguti, che è stato con noi negli ultimi due anni, mi ha stimolato con l’idea di una rubrica che abbiamo chiamato “Pronto, Bestack”. E così sono partito dagli amici, quelli veri, quelli che conosco da tempo e con cui c’è sintonia professionale. Ho pensato di raccontare la parte che conosco io delle persone, perché credo sia una buona premessa, per poi comprendere le aziende che gestiscono e raccontare i prodotti che producono. Oggi usciamo tutti i venerdì mattina con tre notizie originali inviate alla mailing list di chi si è iscritto e pubblicate sul nostro sito, tra cui l’intervista che io rilancio su Linkedin, poi da inizio anno abbiamo confezionato anche una specifica newsletter su Linkedin, si chiama “Lo so, è lunedì…”. Arriva a tutta la mia rete il lunedì, appunto, come consapevolezza collettiva della settimana che si apre o ci aspetta, scegliete voi!

Per vocazione mi stimola più la parte emotiva e meno conosciuta delle persone, quella esclusivamente professionale è di chi è e sa fare il giornalista. Io mi occupo di packaging e marketing, conteniamo e raccontiamo prodotti. Io provo a farlo con le persone che lavorano in ortofrutta. Ecco perché penso che tutto questo sia all’interno del mio perimetro professionale. In diversi poi ringraziano, ed è la cosa più bella.

Come prepari le domande?
Ricostruisco il quadro di riferimento dell’azienda in cui l’intervistato/a lavora: specializzazione, dimensione, percorso di sviluppo. Riannodo i ricordi che mi legano a quella persona. E poi chiedo sempre di sentirci a voce, lo preferisco. Trovo che i confronti parlati siano molto più stimolanti, se non altro perché possono prendere rivoli inaspettati. Capita spesso che anche io parli di me, aiuta a trovare un piano colloquiale più vero e sincero. Spesso parto dai primi passi in ortofrutta, oppure ancora prima: le esperienze precedenti, magari gli studi e i sogni adolescenziali, il contesto famigliare, per poi virare sulle peculiarità del contesto cercando il confronto su temi strategici, sulle necessità del settore e magari immaginando di costruire politiche di marca e di valore anche attraverso le confezioni in cartone. Sono chiacchierate su piani meno convenzionali, in cui il grado di apertura è direttamente proporzionale al grado di fiducia. E così accade che mi faccio una scaletta, ma poi l’intervista prende tutta un’altra piega. A tutti dico che se quello che scriverò non li convince, non sarà pubblicato e rimarrà in un cassetto. La fiducia che mi viene data è ciò che conta per me, le mie parole scritte se rimangono private per me hanno lo stesso valore. Però non è mai successo!

Qualcuno ha negato l’intervista o si è affidato ad un no comment per qualche domanda che hai posto?
Sì. Alcuni/e, per la verità molto pochi, con grande gentilezza hanno declinato. Chi per propria attitudine, chi per opportunità e chi ha chiesto di posticipare in un momento diverso. Nessuno però si è ritratto poi alle domande. Le risposte sono sempre andate via molto lisce, sincere e vere. È accaduto che qualcosa sia rimasto privato. Può accadere che rileggendosi ci si accorga che qualche flusso di coscienza sia corso troppo impetuoso e sincero. C’è stato anche chi si è stupito e ha chiesto bene del perché e del perché proprio lui/lei, o chi aveva dubbi. Per onestà sono state poi le interviste più intense, quelle che ricordo con più affetto.

Come ti trovi a intervistare le realtà al femminile fra cui le Donne dell’Ortofrutta? Cosa ti colpisce delle loro interviste?
Difficile raccontare il femminile, ma certamente molto stimolante, se non altro per l’assenza dell’ansia della prestazione tutta maschile ad affermarsi, a dare dimensione delle proprie attività. Mi piace molto la disponibilità al racconto delle parti meno visibili e conosciute delle proprie realtà e mi colpisce la presenza di un sottofondo strategico consapevole di come poter far le cose. Poi trovo ci sia grande apertura mentale nell’immaginare di far le cose e su come farle. Credo che le attitudini femminili siano molto utili nei rapporti e nelle relazioni, sono piene, arrotondate, ma anche pragmatiche e con grande capacità di sintesi.

Dalle interviste è chiaro che ti diverti in questo progetto e noi a leggerle! Hai in programma di continuare… e hai in cantiere qualche novità?
Se tante volte mi sono chiesto dell’opportunità di investire tempo in questa attività, altrettante mi sono risposto che le interviste possono essere uno strumento importante, specie nel momento in cui viviamo, per costruire, rafforzare, sviluppare relazioni di qualità. Questo avviene se c’è fiducia e credibilità. Detto questo mi piace molto scegliere per il confronto un piano meno banale. Ritrovarcisi insieme è al contempo un successo e una buona premessa per lavorare meglio. Anche se produrre tutto ciò, per noi che siamo un Consorzio di packaging, richiede grande impegno di tempo, di scrittura, di revisione e di editing – grazie per questo a Carlotta Benini, una vostra socia – ma lo si fa perché i ritorni, i ringraziamenti sono tanti. Per il futuro diverse idee, ma si accettano contributi. Le novità bisogna prima realizzarle, poi raccontarle.